Giappone samurai

Quando si “sfogliano” gli album fotografici, ormai digitali, riemergono ricordi meravigliosi ma anche qualche inguardabile look per fortuna poi abbandonato. Forse esagero, ma mio figlio, con quel codino sulla testa, proprio non mi piaceva… Abbiamo rivisto insieme quella foto, lui con il codino e lo sguardo duro.

“Sembravi un samurai”. Ne era fiero, e lo è ancora adesso rivedendosi!

“I samurai erano guerrieri di tutto rispetto…” L’ho visto interessato all’argomento e gli ho mostrato un’immagine della meravigliosa dimora della famiglia di samurai Nomura, visitabile in Giappone, a Kanazawa.

È vero, i samurai hanno vissuto un periodo d’oro, erano una casta privilegiata… ma quanto sappiamo davvero di questi guerrieri con i baffetti lunghi e sottili e il codino sulla testa?

Saburau vuol dire “servire”, samurai è infatti il nome dei servi guerrieri che, in Giappone, dall’XI-XII secolo prestavano servizio ai daimyō, i feudatari locali che rispondevano allo shogun (comandante dell’esercito).

Questi guerrieri, membri di un’élite dai tanti privilegi, erano addestrati fin da piccoli al dovere e alla fedeltà assoluta. Erano una specie di cavalleria, ma seguivano regole molto diverse da quelle che si erano diffuse nel Medioevo in Occidente.

Una delle differenze era sicuramente l’arma: in Giappone l’arma principale era l’arco, che invece la cavalleria europea riteneva “poco nobile”. Con lo shigetou, l’arco asimmetrico, lungo 2 metri e fatto di legno laminato e laccato, i samurai lanciavano anche frecce infuocate che potevano arrivare ad un centinaio di metri di distanza! Combattevano anche con la katana, la wakizashi (lo spadino) e con i ventagli da guerra dai bordi affilati. Per lungo tempo i samurai furono i soli a poter portare armi in Giappone.

Il guerriero viveva per il suo daimyo, seguendo il bushidō (la via del guerriero), un codice di comportamento molto rigido che regolava il rapporto tra i due: fedeltà assoluta, una rigida definizione di onore e il sacrificio del bene del singolo in favore del benessere comune.
Questo codice etico non è stato abbandonato del tutto nei secoli; era infatti alla base delle azioni dei kamikaze giapponesi durante la Seconda Guerra Mondiale e, cosa ancor più inquietante, pare essere ancora esistente in alcune aziende nipponiche.

Cos’era tenuto a fare il samurai qualora il rapporto con il suo signore fosse stato rovinato da una grave colpa? Per salvare l’onore doveva sottoporsi al seppuku o harakiri, ovvero il suicidio rituale.

Anche per questo estremo gesto di orgoglio e libertà esisteva un codice. Il samurai doveva compiere il suo sacrificio davanti a testimoni utilizzando il pugnale (tantō) o la spada corta (wakizashi) ed eseguendo un taglio a “L”, (dall’ombelico verso sinistra e verso destra, e poi verso l’alto).

Poiché il ventre era considerato sede dell’anima, squarciarlo davanti a testimoni significava dimostrare che la propria anima era candida.
Oltre ai testimoni era presente anche il kaishakunin, colui che era incaricato di infliggere il colpo di katana al collo, per evitare ripensamenti e per abbreviare l’agonia della vittima.

I samurai appartenevano alla classe sociale più elevata, tuttavia il servizio che prestavano non consentiva loro di arricchirsi; lavoravano per la gloria del daimyō, ma ricevevano una paga in riso puramente simbolica. Per mantenere il proprio status sociale, se non avevano ricchezze di famiglia, facevano lavori secondari (fabbricare ombrellini o stuzzicadenti).

Se il daimyō cadeva in disgrazia, o moriva, i samurai diventavano ronin, “uomini-onda” e – soprattutto tra il 1603 e il 1868 – giravano per le campagne saccheggiando villaggi, e cercando un nuovo signore a cui prestare servizio.

Nella seconda metà dell’Ottocento, quando il Giappone si aprì al mondo occidentale e venne istituito un esercito di leva regolare, la casta dei samurai si rivelò fuori dal tempo. Due leggi in particolare, sotto l’Imperatore Meiji (1852-1912), segnarono la fine dei samurai: una, l’editto Dampatsurei, obbligò i servi guerrieri a rinunciare al codino e a portare i capelli all’occidentale. L’altra, ancora più significativa, fu l’editto Haitorei, che li privò del diritto di portare armi in pubblico.

Forse ora che ha approfondito un po’, mio figlio non vuole più essere un samurai… ma vuole visitare il Giappone! E voi?